La gestione di un team

L'esempio della Formula 1

In questi giorni molte delle mie serate sono state assorbite da una nuova serie TV su Netflix, che svela alcuni dietro le quinte del complesso mondo della Formula 1 e dell’automobilismo professionistico. Prima di questa, un’altra serie, The Last Dance, mi aveva suggerito alcune riflessioni. Anche in questo caso, l’argomento è molto stimolante per chi si occupa di gestione e sviluppo di team di lavoro.

La metafora della Formula 1 è utilizzata spesso come esempio di eccellenza rispetto a dinamiche di gruppo aziendali. Allo stesso modo di quanto scritto per altri ambiti sportivi e non – mi viene in mente ad esempio la brigata di cucina in ristoranti di alto livello – anche per questa disciplina molto particolare, la situazione è più complessa di quello che appare.

Motivazione, senso di appartenenza e prestazione

L’essere umano è sostanzialmente egoista, ad eccezione di quelle situazioni utili alla salvaguardia  del gruppo – o della tribù – nel quale passiamo un tempo sufficientemente lungo per creare relazioni e legami di lungo termine. Anche in questo caso, con alcune eccezioni interessanti: ci devono essere condizioni tali da non fare entrare in rotta di collisione diretta gli interessi della comunità con quelli personali.

Non sempre è così e ogni situazione è a sé, ma la storia è costellata di esempi di ciò che viene riconosciuta come virtù e che arriva fino all’eroe che si immola per i suoi compagni o per la sua patria. Mi viene in mente il re Leonida della Sparta di 300, giusto per fare un esempio tra storia e leggenda.

Ma la storia ci ricorda anche una lunga serie di grandi tradimenti. Sempre per restare nella Grecia classica, dopo la felice era di Pericle, l’allora capitale della civiltà mediterranea Atene cadde per mano dell’ateniese Alcibiade, che vendette la sua città prima a Sparta, poi ai Persiani, dopo aver rifilato anche al re spartano una bella fregatura, insidiandone la moglie che – forse per affinità morale con lo stesso Alcibiade – cedette alle sue avances dandogli un figlio molto poco regale.

Quando in gioco c’è la nostra sopravvivenza, il nostro onore, il nostro interesse, contrapposti a quelli dell’azienda, del team o della comunità, le cose si fanno abbastanza complicate. Soprattutto, con esiti incerti.

L’istinto di sopravvivenza contro l’eroismo, le pulsioni morali contrastanti, il senso di appartenenza e la fiducia contro il tradimento, l’obbedienza contro la ribellione, lo spirito di gruppo contro l’ambizione personale, sono tutte facce della stessa medaglia, tutte utili all’evoluzione e conservazione della specie, se le vediamo da una prospettiva puramente evoluzionistica.

Forse sto andando un po’ off-topic. O forse no. Perché queste stesse dinamiche regolano quello che succede anche all’interno di una squadra sportiva di alto livello, come se fosse una tribù che si batte per la sopravvivenza della propria cultura, dei propri valori e colori.

Forma e sostanza di una squadra di Formula 1

In una squadra sportiva d’elite il livello di competizione è altissimo. Un livello così elevato è necessario per alimentare la motivazione a impiegare tutte le risorse disponibili al raggiungimento dell’obiettivo. Ma cosa succede quando l’obiettivo non è univoco?

Sembra impossibile. In fondo, la finalità dovrebbe essere per tutti vincere il campionato, la partita, il mondiale. Sulla carta è così. Nella realtà, invece, molto dipende da elementi che non sempre vengono tenuti in debita considerazione e che influenzano non poco le motivazioni e gli obiettivi degli attori principali.

Qui veniamo, appunto, al mondo F1. Il contesto in cui operano i professionisti di questo settore risponde a delle logiche contrastanti, ed è strutturato in modo da esaltare queste differenze:

Ci sono solo 20 piloti che possono gareggiare in ogni stagione

Per occupare gli unici 20 posti al mondo, gli investimenti personali e familiari di ogni aspirante pilota sono ingenti in termini di tempo, soldi, rischi, sacrifici, passione. Il livello di auto-stima e di resistenza allo stress che devono sviluppare per arrivare e rimanere in quella posizione sono eccezionali. Chiunque insidia questa posizione – non importa che sia la squadra stessa o il proprio compagno di scuderia – diventano immediatamente dei nemici.

Classifica costruttori

Parallelamente ai piloti, corrono le macchine, con motori spesso di proprietà della scuderia e che fanno riferimento a importanti case automobilistiche. Anche qui gli interessi in gioco sono altissimi e legati non solo all’enorme quantità di soldi riversati nella creazione e mantenimento di un team, ma anche al prestigio e posizionamento del brand. Di contro, un pilota – in pista – non ha “amici”. Il compagno di squadra diventa il primo avversario da battere, anche a scapito della scuderia. Scuderia che, a volte, può avere interesse a favorire un pilota (su cui, ad esempio, ha investito di più) piuttosto che un altro.

Sponsor

In questo gioco così interessante vogliono ovviamente avere la loro parte anche gli sponsor che, con investimenti milionari, oltre alla passione, devono giustificare il loro investimento e averne un ritorno tangibile. Questo non esclude la possibilità di assumere ruoli decisionali, che nessuno sponsor dovrebbe avere, come ad esempio decidere della sorte dei piloti. Ma qui saltano tutti gli schemi dello sport, perché le corse automobilistiche non potrebbero esistere se non ci fossero i soldi – tanti – che devono alimentare questo vorace circo.

Ingegneri e meccanici

Queste persone sono il vero cuore invisibile di ogni scuderia. Lavorano a livelli di eccellenza per il team, per i piloti e, di conseguenza anche per gli sponsor. All’interno di questo team è più facile che si sviluppino quelle dinamiche utili alla squadra e che andrebbero prese come esempio da trasportare all’interno di organizzazioni aziendali.

Qui non ci sono exploit legati al talento, o a una prestazione di un semi-dio che transita velocemente in scuderia, ma un allenamento lungo e sistematico volto a creare un’identità, una sorta di organismo in grado di garantire una costante prestazione d’eccellenza a supporto di un risultato condiviso.

Quale metafora per l’azienda?

Negli anni ho avuto la fortuna di lavorare per diverse squadre di alto livello, dove spesso queste esigenze contrastanti si vedono chiaramente e si sostanziano in una evidente spaccatura tra il settore tecnico di un team e il management. Questa è una caratteristica intrinseca di molti settori che dipendono da contesto e regole. Un giocatore di una squadra che sa che il suo contratto è in scadenza e che legge dai giornali ipotesi più o meno fantasiose sulla sua sorte, ha una motivazione a sacrificarsi per il team direi scarsa. L’alto livello di professionalità e il sapere che il suo giocare bene lo porterà in altre squadre compensa queste spinte contrarie.

In F1 questa spaccatura è ancora più evidente ed esasperata, proprio per i tempi e le regole più stringenti in cui tutto questo avviene.

Se devo pensare alla Formula 1 come metafora di una vera squadra, che vive e soffre per i suoi colori e che sviluppa quel senso di appartenenza e un livello di ingaggio fuori dal comune, penserei proprio allo staff tecnico (esclusi i piloti). Professionisti di altissimo livello che devono lavorare sotto pressione costante, in modo perfettamente coordinato e sincrono, per il pilota e la squadra. Un pit stop andato male, può pregiudicare una gara. Un pit stop perfetto condensa in pochi secondi il lavoro, le conoscenze tecniche, la manualità, la coordinazione, la progettazione e l’allenamento di più di 20-30 persone, di cui vediamo spesso solo le tute.

Allenare i propri team aziendali a realizzare “pit stop” perfetti nei momenti giusti è risultato di un lavoro lungo e costante, che non dà nulla per scontato e che è basato su creazione e consolidamento di una squadra.

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Roberto è il responsabile dei progetti di formazione di People Group. Formatore, appassionato di neuroscienze e Guida Canyon, è sempre alla ricerca di nuovi modi per conoscere e interpretare la realtà che ci circonda. Per comunicare con l’autore: roberto@peoplegroup.it

Photo Credit: gustavo Campos