I 10 comandamenti dell'organizzazione

Articolo di Roberto Locatelli, Giuliano Ferrari e Maria Maddalena Ferrari

Molti anni fa un etologo rilevò la stretta corrispondenza tra i dieci comandamenti delle tavole che Mosè riportò dal Sinai agli ebrei e le regole di comportamento del branco di lupi. [1]

Ovviamente non si trattava di imitazione, ma della convergenza evolutiva delle strategie di due comunità che avevano dovuto affrontare e vincere analoghe sfide di sopravvivenza e “distillare” efficaci norme di etica naturale molto simili.

Come per ogni comunità religiosa, che correva il rischio di indebolimento per defezioni e perdite (eresie, apostasie, aggregazione ad altre fedi), anche per i lupi il primo imperativo era preservare la coesione del branco, la sua forza numerica, la capacità di combattere.

Per molte altre comunità umane, il riferimento unificante fu la fedeltà all’unica divinità (fonte delle regole di condotta), mentre per i lupi fu l’adesione a un solo branco (e alle sue norme interne).

Si definirono in modo analogo le liturgie e i riti per manifestare e rafforzare l’appartenenza (le feste comandate nel primo caso e gli atteggiamenti di saluto, sottomissione e riconoscimento nell’altro); la subordinazione alla gerarchia (i genitori e i più anziani); il rispetto della vita e della proprietà altrui (compagne [2] e cose) acquisita per diritto di precedenza; la lealtà nelle relazioni con gli altri membri.

Palesemente, il generale rispetto di tutti questi comportamenti si è rivelato altamente competitivo, poiché conferiva nell’azione unicità del comando, esercitato dai più esperti, compattezza dei ranghi e solidarietà reciproca, riduzione al minimo degli attriti e delle dispute, efficace comunicazione interna in un “linguaggio” comune.

Sono tutti fattori di successo (fitness) sia per le culture sia per le specie che li praticano, ma certamente anche – scendendo di livello – sono strumenti attualissimi di competitività per le aziende e le imprese che sanno attenervisi. In particolare, al loro interno la leadership e le gerarchie devono essere riconosciute e accettate: quando manca il carisma divino a determinarlo, il rango non deve essere acquisito attraverso il dominio psicofisico nel combattimento diretto (come accade tra i lupi) ma tramite una selezione operata con criteri di merito altrettanto inequivocabili, dichiarati a priori e con modalità il più possibile trasparenti. Anche le regole di convivenza e cooperazione devono essere note a tutti, controllate e fatte rispettare.

[1] Questo approccio, ovviamente assai controverso a quel tempo, fu introdotto da Ernest SETON ancora nel 1907, con il libro The Natural History in the Ten Commandments, edito da Schribners, New York, USA.

[2] Nei Comandamenti, come tra i lupi, prevale l’ottica del predominio maschilista…