I fattori critici di successo di un team

#7 Pressione Esterna

Ultimo appuntamento di approfondimento dei precedenti articoli e post dove ho parlato di quali elementi sono indispensabili per favorire lo sviluppo o il consolidamento del team.

La rubrica ha l’obiettivo di andare un po’ più a fondo su ognuno di questi “pilastri” che sorreggono il concetto e il risultato di squadra. 

In questa sessione parliamo della pressione esterna, e di come la stessa può essere utilizzata per facilitare un processo di costruzione del team.

Cos’è la “pressione esterna”

Con questa locuzione, volutamente generica, ho voluto intendere tutte quelle situazioni che sono al di fuori del controllo diretto del gruppo, o dei suoi singoli membri.

Per intenderci, si tratta di elementi diversi dalle competenze presenti all’interno; indipendentemente dal fatto che siano accadimenti inaspettati oppure manipolazioni volontarie.

E qui viene una prima importante distinzione.

Consideriamo la “pressione esterna” come una situazione (nuove informazioni, l’introduzione di una legge, una guerra, un pericolo imminente) che interferisce – di solito in modo negativo – con l’output o la sopravvivenza del gruppo (o dei suoi membri). 

Il risultato immediato consisterà nel cercare di proteggersi dalla minaccia. Se siamo in gruppo, questa protezione potrebbe essere più efficace.

Tanto efficace che – in molti casi – è possibile utilizzare lo spauracchio di un pericolo esterno per mettere il “pepe al culo” (non è una parolaccia, l’ho trovato su word reference) ai componenti del gruppo. Che il pericolo sia vero o presunto, o anche semplicemente stimolato da fattori più sottili, non ha alcuna importanza. L’effetto a breve termine sarà la ricerca di alleanze e la necessità di fare fronte comune rispetto alla minaccia.

In realtà è possibile ottenere lo stesso effetto anche con cose positive, ma la paura è un’emozione molto più efficace rispetto ad altre, perché ha il grande potere di rallentare e limitare l’intervento del nostro cervello razionale. 

Applicazioni al mondo reale

Vi svelo un po’ il dietro le quinte di alcuni eventi di team building.

A volte è utile stimolare alcuni comportamenti per fare in modo di lavorare successivamente sulla consapevolezza di quegli stessi comportamenti.

Questo è uno dei classici casi in cui si usa la pressione esterna per ottenere risposte quasi automatiche.

Per fare in modo che un gruppo si compatti molto velocemente è possibile usare diversi sistemi molto efficaci.

Qualche esempio.

Immaginate di suddividere un gruppo di 10 persone in due sotto-gruppi da 5. Ad ogni gruppo si consegna una maglietta di colore differente con uno stemma rappresentativo e un nome evocativo. Il solo fatto di avere un “colore” differente dall’altro, stimola un processo di immedesimazione con la propria squadra contro la squadra avversaria. Entrambi i team stanno lavorando sullo stesso progetto, ma fin da subito sono in competizione l’uno con l’altro per il solo fatto di avere colori diversi. 

La competizione, in questo caso, ha l’effetto di allineare e compattare i due sotto-gruppi al loro interno.

Allo stesso modo si può utilizzare una minaccia esterna per dare un obiettivo immediato al gruppo: combattere il nemico. Di fronte a una minaccia, tendiamo a fare quadrato per evitare di essere sopraffatti. Maggiore la minaccia, maggiore sarà l’effetto e la capacità di coinvolgimento dell’altro.

Questo meccanismo fisiologico è piuttosto normale, dato che è quello che ci ha fatto sopravvivere come specie e ci ha permesso di arrivare al vertice della catena alimentare. La forza della nostra specie, infatti, è proprio la capacità di collaborare in modo strategico e complesso. 

E’ abbastanza normale che questo tipo di comportamento sia stato selezionato dall’evoluzione e abbia influenzato in modo così forte la nostra socialità.

Quanto costa?

Quindi basta comprare delle magliette dello stesso colore per avere un team di collaboratori solido e coeso?

Diciamo che non è tutto oro quel che luccica.

Stimolare dei comportamenti di questo tipo è abbastanza semplice, con risultati statisticamente rilevanti. Il punto è che questo meccanismo funziona benissimo e solo sul brevissimo termine, come se fosse una risposta ad una situazione di emergenza. Finita l’emergenza, tutto tende a ritornare come prima se, nel frattempo, non si è lavorato in maniera strutturata sulla fiducia, su valori e obiettivi condivisi, sulla comunicazione interpersonale, sull’ascolto e sul rispetto.

Inoltre, per far fronte ad una situazione di emergenza, compattarsi ed adottare una struttura con un elevato livello di gerarchia è la soluzione migliore, ma non è per nulla detto che lo sia anche per contesti e situazioni differenti.

Costruire un team sulla base della sola pressione esterna ha un elevato costo sul lungo termine. Tenere le persone continuamente sotto stress, esercitare un controllo stretto dei comportamenti e vivere costantemente in una situazione di emergenza, porta all’esaurimento le persone in tempi abbastanza rapidi. In altri casi, può succedere che quando si abbassa la pressione, il team si sfascia facilmente, non essendo basato su presupposti che tendono a consolidare il team.

Suggerimenti pratici

Ci sono delle situazioni nelle quali aumentare la pressione esterna da parte di un leader può essere utile e necessario. Altre volte, come appena visto, i rischi superano i benefici.

Vediamo in quali casi la pressione esterna può essere utile.

  1. Fissa le deadline per i compiti importanti

La maggior parte di noi è portata a procrastinare tutte quelle attività che, per quanto importanti, non hanno una immediata utilità pratica. Fissare delle scadenze inderogabili può dare un senso di urgenza che aiuta ad allineare le persone rispetto a una serie di compiti da portare a termine, soprattutto se devono essere coordinati tra loro.

  1. Bastone e carota

Immagina di essere stato appena assunto come responsabile di un progetto complesso con una scadenza importante a breve termine. Non rispettare la scadenza potrebbe pregiudicare tutto il progetto. In questo caso, usare la pressione esterna e uno stile direttivo diventa quasi indispensabile. Sapere che questo avrà un costo, permetterà poi di costruire appena possibile relazioni più sane all’interno del team, una volta raggiunto l’obiettivo.

  1. Usa la pressione esterna per la formazione del tuo team

Come spiegato all’inizio, si possono dare delle regole di ingaggio per lavorare insieme e acquisire nuove competenze di team, inserendo una sana competizione, utile ad alimentare la motivazione di breve termine. Questo permette alle persone di essere coinvolte in misura maggiore in molte delle attività formative, spesso erogate con modalità molto noiose. Il contesto nel quale avviene la formazione, può rappresentare esso stesso il concetto di pressione esterna.

  1. Parti dalla pressione esterna

Utilizzare la pressione esterna può essere utile come punto di partenza per la costruzione di un team di recente formazione (oppure di cui sei diventato responsabile da poco). Se non sai che tipo di situazione utilizzare, può essere utile sfruttare un evento di formazione esperienziale, che lavori su specifiche tematiche in relazione alle caratteristiche del gruppo. L’importante è avere un piano per muoversi lungo un percorso di sviluppo successivo,, coerente con il messaggio mandato attraverso l’evento. In questo modo, una sessione di team building può diventare uno strumento efficace e potente per sviluppare e/o consolidare un team di lavoro.

 

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I fattori critici di successo di un team #7 - Pressione Esterna 1
Roberto è il responsabile dei progetti di formazione di People Group. Formatore, appassionato di neuroscienze e Guida Canyon, è sempre alla ricerca di nuovi modi per conoscere e interpretare la realtà che ci circonda. Per comunicare con l’autore: roberto@peoplegroup.it

Photo credits: Towfiqu barbhuiya