L'EMPATIA DELLA GENERAZIONE Z

Quanto sei in grado di metterti nei panni degli altri?

Una ricerca dell’Università del Michigan di qualche anno[1] fa illustra i risultati di uno studio longitudinale in cui si afferma che gli studenti di oggi hanno un livello di empatia inferiore del 40% rispetto agli studenti di 20-30 anni prima.

Lo studio dimostra, inoltre, una correlazione interessante tra la diffusione dei social media e il decremento del livello di empatia tra i giovani a partire dal 2000.

Echissenefrega, direte voi!

In realtà, i risultati di questa ricerca – effettuata su 14.000 studenti nel corso di 30 anni – hanno degli aspetti pratici estremamente rilevanti che possono essere riassunti in due punti abbastanza scontati, ma che non fa male ripercorrere insieme.

Primo: l’empatia è allenabile.

Secondo: l’empatia è una competenza essenziale nel lavoro (e nella vita).

Per capire di cosa stiamo parlando, è necessario dare una definizione più precisa di cosa è effettivamente l’empatia. In generale, possiamo definire l’empatia come la capacità di “mettersi nei panni dell’altro”. Nella vita reale, però, la cosa è un po’ più complessa. Provate a chiedere a 100 persone se sono capaci di mettersi nei panni degli altri; sono sicuro che più del 90% risponderanno positivamente. Perché allora le ricerche (e l’osservazione sui luoghi di lavoro) ci dicono esattamente il contrario?

Prima di tutto, bisogna dire che le capacità di auto-valutazione dell’essere umano in media lasciano un po’ a desiderare; ma quello che complica la faccenda è soprattutto il fatto che l’empatia è una caratteristica piuttosto sfuggente, con differenti livelli di profondità. La base genetica dell’empatia si può approssimativamente far discendere dai famosi neuroni specchio scoperti da Rizzolatti e colleghi. A parte situazioni particolari come l’autismo, tutti noi alla nascita abbiamo un elevato livello di competenze empatiche che sono funzionali alla stretta relazione tra il bambino e la madre. Queste capacità, se non alimentate da un costante allenamento, diminuiscono progressivamente nel passaggio dall’infanzia alla vita adulta.

Chi, per inclinazione o situazioni favorevoli, si trova a stimolare, allenare o alimentare questa competenza in maniera consapevole può, invece, raggiungere diversi livelli di competenza specifica che possono essere sinteticamente riassunti come segue:

Livello 1 – “comprendo le tue emozioni”: propria di chi è in grado di capire ciò che l’altra persona pensa e qual è il suo punto di vista. È utilizzata in maniera estensiva, nel bene e nel male, da oratori, venditori, negoziatori e manipolatori di vario genere.

Livello 2 – “comprendo e provo le tue stesse emozioni”: qui siamo ad un livello più profondo in cui, oltre a capire cosa pensa l’altra persona, sono in grado di provare e condividere lo stato d’animo dell’altro.

Livello 3 – “comprendo e provo le tue emozioni e mi preoccupo per te”: il livello di consapevolezza va oltre la mera comprensione e condivisione per arrivare a forme di supporto e di aiuto attivo, volte a risolvere il problema dell’altro.

Dopo questa brevissima e grossolana panoramica, credo che risalti più facilmente l’importanza dell’empatia nell’ambito delle relazioni professionali, all’interno e all’esterno dell’azienda.

Una delle situazioni più comuni che riscontriamo in aziende medio grandi è la difficoltà di comunicazione e l’emersione di numerosi conflitti all’interno dello stesso dipartimento o dello stesso ufficio. Tale situazione è aggravata da una sorta di “gap generazionale” e culturale che mette a confronto la Generazione X (i nati tra il 1965 e il 1980) con i “tardi” Millennials o, peggio, con gli esponenti della Generazione Z, cioè i nati tra la fine degli anni 90 e il 2010. Questi ultimi sono nativi digitali, abituati ad apprendere attraverso Youtube, a ricevere e gestire un elevato numero di stimoli ma con livelli di attenzione di pochi istanti, cresciuti con l’aspettativa di dover ricevere risposte istantanee ad ogni loro richiesta, abituati a comunicare attraverso Snapchat o TikTok, ma soprattutto sono persone che non hanno mai comprato in cartoleria “Le Mie Ricerche” per fare una ricerca scolastica!

Senza un adeguato allenamento a mettersi reciprocamente nei panni dell’altro, i conflitti non possono che aumentare; non per cattiveria, ma per incomprensione.

Se poi la vediamo da una prospettiva verticale, le cose non cambiano, anzi.

Chi riveste ruoli apicali, infatti, ha la responsabilità di un numero più o meno grande di persone. La capacità di relazione molto più che le competenze tecniche, quindi,  avrà un impatto sulla qualità del lavoro e sulle capacità di leadership di chi è chiamato a gestire persone.

Immaginate di essere un selezionatore. Dovete trovare un professionista che occuperà il ruolo di programmatore. Prendereste per questa posizione una persona che non sappia programmare? Sono sicuro di no.

Immaginate ora di dover trovare una persona che ricopra il ruolo di “capo dei programmatori”. Mettereste in questa casella il più bravo dei programmatori? Beh, in questo caso, attenzione: potreste rimanere delusi. I compiti richiesti a questa figura, infatti, non sono più (o lo sono in misura minore) la programmazione, ma il coordinamento di un certo numero di persone, che guarda caso sono anche dei programmatori. E qui le capacità di relazione che deve esprimere il vostro candidato sono completamente diverse, o quanto meno si devono integrare con le sue abilità tecniche.

Se saliamo ancora di più di livello e passiamo a manager di prima linea, qui le competenze di relazione diventano un fattore critico di successo, che prescinde e sovrasta le capacità tecniche. Assumereste un manager che non ha, o non vuole allenare, queste competenze?

A seconda dell’azienda e del ruolo specifico, in questi casi è indispensabile avere visione, credibilità, buone capacità di astrazione, di comunicazione, di negoziazione, di leadership, di motivazione di se stessi e degli altri, di problem solving, ecc.

Rispetto a tali capacità, l’empatia è un ingrediente che fa la differenza.

E come per tutti gli ingredienti di una ricetta, migliore è la qualità delle materie prime, migliore sarà il risultato.

Buon appetito!

[1] https://news.umich.edu/empathy-college-students-don-t-have-as-much-as-they-used-to/

Roberto è il responsabile dei progetti di formazione di People Group. Formatore, appassionato di neuroscienze e Guida Canyon, è sempre alla ricerca di nuovi modi per conoscere e interpretare la realtà che ci circonda.