SEI SICURO DI QUELLO CHE VEDI?

L’illusione della realtà da cui è impossibile fuggire. Tre meccanismi che devi conoscere.

Vi ricordate il film Matrix? O alcuni dei capolavori di Leonardo Di Caprio come Shutter Island o Inception? Oppure, per arrivare in tempi più recenti, alcuni degli episodi di Black Mirror nei quali i protagonisti vivono e agiscono in una realtà che si scopre fittizia, manipolata o completamente falsa?

Il denominatore comune di questi film è la trasposizione cinematografica di una delle nostre paure più ataviche: quella di vivere in una finzione di cui non ci rendiamo conto e nella quale siamo costantemente manipolati.

Ebbene, ho per voi una buona e una cattiva notizia.

Quella cattiva è che… è tutto vero: viviamo in una finzione.

Quella buona è che questo meccanismo ha una funzione evolutiva incredibilmente importante che ci ha permesso di sopravvivere fino ad oggi.

Ma andiamo con ordine.

 

Economia percettiva e finzione realistica

Ciò che vediamo è una rappresentazione della realtà, non la realtà stessa. 

Perché?

Per capirlo dobbiamo fare un passo indietro per entrare in alcuni meccanismi percettivi del nostro cervello.

Il cervello lavora in economia e per completamento

Sto scrivendo questo articolo con il laptop appoggiato sulle mie gambe, mentre sono in volo per Londra. Percepisco il calore che sprigiona, in parte per la batteria, in parte per il processore che lavora. Maggiore è la quantità di dati che lavoriamo su un computer, maggiore sarà la temperatura che produrrà la macchina, tanto che i grandi processori vanno tenuti a temperatura controllata per non esplodere. Il nostro cervello elabora una quantità di dati – gli stimoli ambientali e gli stimoli interni – infinitamente maggiore della maggior parte dei super-computer. Ma come fa il cervello a gestire questa enorme quantità di dati senza il rischio di esplodere?

Semplice, utilizza un escamotage affinato con milioni di anni di evoluzione: lavora in economia e per completamento.

Che significa?

Triangolo di Kanizsa

A chiunque sarà capitato di scorgere una forma riconoscibile tra le nuvole o avvistare dei volti e forme umani in luoghi impensabili. Oppure di vedere un triangolo laddove ci sono solo pacman e linee spezzate. Questo fenomeno si chiama pareidolia, dal greco “vicino a un’immagine”, e rappresenta una errata percezione degli stimoli casuali cui diamo un significato a noi riconoscibile.

La pareidolia non è confinata, tuttavia, alle sole immagini: non di rado il nostro cervello ci convince di aver percepito qualcosa di riconoscibile dentro altri suoni (pareidolia acustica)[1].

Tale fenomeno si verifica perché il nostro cervello cerca di dare in automatico un significato agli stimoli percettivi che ci bombardano continuamente – molti dei quali poco chiari – in base alle nostre esperienze pregresse.
Quando il nostro cervello prova a tradurre gli stimoli ambientali percepiti, infatti, per risparmiare tempo nell’elaborazione delle informazioni cerca di trovare somiglianze, usando gli schemi che ci sono più familiari (pattern recognition).

 

Pregiudizio

Sembra una parola brutta. O quanto meno è un termine che viene presentato spesso con un’accezione negativa. You can’t judge a book by the cover o, per come ce lo diceva la nostra mamma: non giudicare dalle apparenze. Sembra molto saggio, lo so, ma è esattamente il contrario di quello che fa il nostro cervello.

Tra le nostre orecchie, infatti, si trova uno dei più strabilianti e meravigliosi meccanismi di simulazione della realtà. Il pregiudizio, inteso come pre-giudizio (assegnazione di un valore agli stimoli esterni e interni che avviene in maniera intuitiva e automatica) è un meccanismo indispensabile per la nostra sopravvivenza.

La capacità istantanea di assegnare un valore a ciò che i nostri sensi rilevano, e di creare un’immagine verosimile di quello che potrebbe succedere di lì ai successivi secondi, ci ha permesso di fuggire in tempi più rapidi all’avvicinarsi del leone della savana che – dal canto suo – ci immaginava invece come un succulento pasto; ci permette di proiettare le mani in avanti quando inciampiamo e perdiamo l’equilibrio; ci permette di scattare per prendere al volo lo smartphone che il nostro amico, un po’  burlone, ha fatto finta di lanciarci.

 

Ricostruzione

Gli stimoli bombardano i nostri sensi, vengono selezionati dai nostri sistemi dell’attenzione in base alla loro rilevanza.

Quei pochi che passano, vengono sparpagliati in diverse aree specializzate del nostro cervello, confrontati con un enorme database di informazioni simili e inviati nuovamente in diversi centri di raccolta ed elaborazione che rimettono insieme il tutto montando i singoli pezzi per comporre un film che viene proiettato sullo schermo della nostra mente.

Nello stesso modo, altre parti del nostro cervello, elaborano degli schemi di risposta e azione sulla base di quello che viene proiettato in questo spettacolare cinema interno. Questo processo è così veloce che noi non siamo in grado di rendercene conto, ma diamo per scontato che quello che vediamo e sentiamo sia assolutamente vero. 

Quello che noi chiamiamo realtà, quindi, non è altro che una rappresentazione soggettiva e fittizia creata dal nostro cervello, meccanismo indispensabile per anticipare quello che potrebbe succedere, preparandoci all’azione.

Come molti di noi possono testimoniare, non è uno strumento infallibile: avete mai provato quella brutta sensazione che si prova quando, scendendo una scalinata, siamo convinti che ci sia un ultimo gradino, mentre invece il nostro piede incontra il pavimento prima del previsto? Possiamo dire, tuttavia, che è uno strumento molto affidabile e che, almeno fino ad oggi, ha funzionato benissimo.

 

La realtà virtuale senza visore

Sto leggendo l’ottimo libro dell’amico e collega Antonio Laudazi sul futuro delle tecnologie immersive, che ci porta per mano nella scoperta di questo fantastico (in tutte le accezioni possibili) mondo con un approccio assolutamente condivisibile.
In poche parole, Antonio parte dall’esempio del sogno come primo e più evidente meccanismo di realtà virtuale “naturale” per arrivare, infine, all’attuale versione tecnologica, spiegandone però l’interesse grazie ad un’attitudine innata dell’uomo all’immaginazione.

In altre parole, l’uomo è naturalmente portato a distorcere e immaginare la realtà a proprio piacimento, non per una tendenza egocentrica (o almeno non solo), ma per una necessità di essere pronti a rispondere a quello che potrebbe succedere. Quello che il nostro cervello percepisce come reale, infatti, si modifica nel corso del tempo perché trasformato dall’apprendimento e dalle esperienze vissute.

Questo è il motivo per cui una storia, un film, una esperienza reale e la stessa realtà virtuale, ognuno in modo leggermente diverso, possono avere un impatto così forte e coinvolgente sulle persone. Nonostante il nostro sistema cognitivo sappia benissimo che si tratta di una finzione, il nostro sistema percettivo ed emotivo non possono fare a meno di esserne risucchiati.
Maggiore è il livello di aderenza dell’esperienza vissuta alla grammatica del nostro cervello e ai meccanismi che il nostro sistema percettivo è abituato a riconoscere, maggiore sarà il coinvolgimento delle persone che agiscono in una realtà immaginata, esattamente come farebbero in quella che erroneamente considerano “realtà”.

È il caso di dire “il sogno è diventato realtà”, non perché abbiamo realizzato un’aspirazione, ma perché ciò che viviamo diventa reale in base al significato che continuamente assegniamo al flusso di azioni e reazioni in cui siamo immersi.

 

[1] Il fenomeno è così diffuso che nel 2013 Spotify ha condotto un sondaggio per capire quali fossero le canzoni più storpiate dagli utenti (gli iscritti hanno toccato quota 100 milioni).

 

Photos by Julius Drost, Design Ecologist, Nsey Benajah

Roberto è il responsabile dei progetti di formazione di People Group. Formatore, appassionato di neuroscienze e Guida Canyon, è sempre alla ricerca di nuovi modi per conoscere e interpretare la realtà che ci circonda.