The Last Dance

Vince il campione o vince il team?

Recentemente ho iniziato a vedere “The Last Dance” la serie TV di Netflix su Michael Jordan e la sua storia con i Chicago Bulls. Il basket non è mai stato il mio sport preferito, ma devo dire che in pochissimi giorni ho finito tutta la serie con il fiato sospeso.

Oltre ad essere affascinato da uno dei più grandi campioni della storia dello sport, immaginare le implicazioni pratiche della gestione del team da parte dell’allenatore è stato un bell’esercizio per ripensare a concetti come efficacia e leadership.

Per chi non l’avesse mai visto in azione (credo pochi), ecco un breve resoconto di alcune sue prodezze.

Conta il campione o conta la squadra?

Affrontiamo subito la domanda più frequente: conta il campione o la squadra?
Quando si parla di personaggi come Jordan, Maradona, Marco Pantani, ci investe immediatamente il carisma del personaggio e una super-esposizione mediatica, che probabilmente si auto-alimentano a vicenda.

Come esseri umani siamo affamati di guru, leader, guide spirituali e non, che ci permettono di essere dei bravi follower.
Sono così distanti da noi, come dei moderni semidei, che ci alleviano la pressione della responsabilità, ci ispirano e… diventano spesso dei capri espiatori quando non si comportano come la società si aspetta.

I campioni attirano immediatamente l’attenzione di tutti, con il rischio che si perda di vista la complessità del sistema che supporta i risultati del campione stesso. Per capirlo in modo semplice e diretto, basta porsi alcune domande:

  • Michael Jordan sarebbe stato lo stesso senza Pippen, Rodman e compagni?
  • E senza il mitico Phil Jackson, l’allenatore di His Airness e dei Bulls del periodo d’oro, ma anche dei Los Angeles Lakers di Shaquille O’Neal e del black mamba Kobe Bryant?

Domande retoriche, certo, ma per avere una risposta più intrigante basta vedere la serie TV che racconta in modo appassionante umanità e debolezze di tanti grandi campioni (non mi hanno pagato per questo endorsement).

In questo senso, l’NBA – massimo campionato USA di basket – è un esempio illuminante. Lo sport americano in genere, è un condensato di competitività ad altissimi livelli. Per questa sua caratteristica, lo sport system nord-americano è una sorta di gigante tritacarne, attraverso cui solo pochi riescono a passare indenni: chi ci riesce è un distillato di talento, non solo sportivo. Infatti, per far fronte a tali pressioni, e continuare a performare ad alti livelli, è necessario essere allenati anche su altri aspetti dell’organizzazione sportiva. Come appare ovvio dal racconto di The Last Dance, Michael Jordan ha potuto guidare i Bulls verso una serie di vittorie storiche, grazie a quell’incredibile mix di atleti di livello su cui ha potuto contare nel periodo d’oro e che gli hanno permesso di esprimere il suo talento ai massimi livelli.

Se allarghiamo lo sguardo alle altre squadre NBA, campioni e talenti sportivi non mancavano di certo. Quello che però ha fatto la differenza è stata la capacità del team, di quel particolare team, in quel dato momento, di supportare MJ, suo leader naturale, per raggiungere un risultato comune su cui tutti erano perfettamente allineati e completamente motivati. La più semplice contro-prova la abbiamo quando, per motivi personali o societari, l’assetto del team è cambiato in maniera temporanea o permanente, con la conseguenza che i risultati ne hanno subito risentito, almeno fino al raggiungimento di un nuovo equilibrio.

In squadra siamo tutti nemici

Il supporto che la squadra garantiva era tutt’altro che rose e fiori. Quando pensiamo a team che operano a livelli così alti, parliamo di un concentrato di talenti e prime donne in costante conflitto e competizione tra di loro. Basta ascoltare le interviste di chi è stato il protagonista di quel periodo per capire quanto le relazioni che instauravano all’interno della squadra, con i compagni di gioco, la dirigenza, l’allenatore e gli altri stakeholder più esterni (pubblico e giornalisti) fossero quanto di più lontano da sentimenti di amicizia. Nessuno era amico lì, ma ognuno aveva il suo ruolo e una missione da compiere. Tutti erano consapevoli che, se un membro del team avesse dato meno del 100% in ogni singola partita, nessuno di loro avrebbe potuto raggiungere il risultato agognato. 

Infatti, l’altro aspetto che appare evidente e che fa di Jordan un grande campione, è la continua e costante preoccupazione per gli altri compagni di team, se volete in maniera abbastanza cinica e strumentale (anche se molto efficace in quel contesto). Da quello che si evince dal docufilm, Michael era molto più preoccupato che i suoi compagni mollassero il colpo, piuttosto che al livello delle sue prestazioni personali. Sapeva benissimo che se non ci fosse stato il team, non sarebbe mai stato possibile vincere il campionato.

E allora, in piena coerenza con il suo stile di leadership, li punzecchiava, li spronava, a volte li insultava o arrivava a menare le mani, con il solo e unico obiettivo di tirar fuori il meglio della loro prestazione, per raggiungere l’obiettivo comune. Per avere una conferma indiretta di questo aspetto, coloro che MJ considerava “amici”, avevano poco a che fare con le dinamiche di gioco.

Allenatore o pastore di anime?

In tutto questo, uno dei ruoli più delicati e difficili è stato quello di Phil Jackson, l’allenatore che ha condiviso più a lungo e più intensamente le vittorie del Bulls con  i suoi giocatori. Dietro l’indiscussa leadership di Jordan, si intravede una sorta di co-leadership di Jackson, che ha avuto il grande merito di canalizzare le energie che questi grandi campioni erano in grado di portare sul campo. Allo stesso modo, dalle sue parole emerge un grande rispetto per le persone e non solo per i giocatori. L’età, l’esperienza e probabilmente un prospettiva differente e più distaccata, permetteva a Jackson di bilanciare l’irruenza di giocatori fenomenali che ragionavano in maniera molto fisica.

Il ruolo dell’allenatore nello sport è molto particolare. Lavora dietro le quinte e supporta i protagonisti per indicare loro la strada per raggiungere il successo e per rialzarsi nei momenti di fallimento. È sempre sul campo, ma non è lui con la palla in mano. Le sue capacità tecniche sono buone, ma spesso nella media. Le sue doti di comunicatore e di negoziatore, invece, devono essere eccezionali. Quello che però fa la differenza, è la sua capacità di vedere oltre e più lontano.

Sotto certi aspetti, è esattamente la descrizione di un top manager aziendale: una posizione di grande responsabilità e di grande rischio. Uno dei motivi per cui sono rari, è perché è difficile allenare gli allenatori. Tuttavia, esempi come quelli illustrati in questa serie TV sono una grande fonte di ispirazione, perché ci permettono di studiare chi ce l’ha fatta. Ora sta a noi cercare di adoperare al meglio gli strumenti che tutti noi abbiamo, per adattarli al contesto nel migliore dei modi. L’importante è ricordare costantemente la dura realtà: per raggiungere qualsiasi risultato importante, bisogna allenarsi, sempre, di continuo e senza mollare mai.

Roberto è il responsabile dei progetti di formazione di People Group. Formatore, appassionato di neuroscienze e Guida Canyon, è sempre alla ricerca di nuovi modi per conoscere e interpretare la realtà che ci circonda. Per comunicare con l’autore: roberto@peoplegroup.it

Photo Credit: Mike Von